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Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
sabato 24 gennaio 2026
venerdì 23 gennaio 2026
Harry Brown – Daniel Barber
a Londra le gang comandano e tutti devono subire, il vecchio Harry Brown non fa eccezione.
ma quando ammazzano brutalmente il suo unico amico, Harry (interpretato da Michael Caine) scende in campo, vendicatore dei buoni.
quando i bastardi cominciano a morire la polizia non ci capisce niente, chi può pensare che Harry possa essere il killer.
anche se non ti piacciono i vendicatori solitari, come non fare il tifo per Harry Brown?
buona (drammatica) visione - Ismaele
QUI si può vedere il film
Pellicola molto discutibile eticamente , ma d'effetto .
La drammatica vita nelle periferie britanniche sprofondate ormai
nel dominio incontrastato di malavita e drogati , mentre la polizia pensa alla
politica . Il vecchio ex soldato reagisce a questa situazione dapprima
involontariamente e poi consapevolmente , eliminando arbitrariamente un po'
della feccia in questione . Pellicola eticamente mooolto discutibile , anche se
è difficile non simpatizzare per il protagonista . Buona la regia dell'
esordiente Daniel Barber , efficace la plumbea fotografia di Ruhe ed ottima
come sempre l' interpretazione del grande Michael Caine . Eccellente Sean
Harris nella parte del lercissimo drogato . Piuttosto carino il colpo di scena
finale . Per me è da 7 .
…Michael Caine è
assolutamente straordinario nel mettere in scena una determinata ferocia resa
instabile dall’inadeguatezza del suo vecchio corpo, incertezza costante che
comunica un dolore senza fine, la forma più estrema di resistenza alla morte.
Harry Brown è uno scandaglio spietato di certo immaginario cinematografico; un
arco teso, funzionale, dal meccanismo squadrato che mostra ferite profondissime
nei corpi dei clienti di un pub, nel volto di un pusher scavato dalla morte,
nell’incedere disperato di Michael Caine contro un inferno globale.
…Nella sua lunga, ricca, premiata, sessantennale
carriera di attore costellata da un numero infinito di successi, mai Michael Caine era stato chiamato a vestire i panni di un personaggio
come quello di Harry Brown. È stato soldato, gangster, donnaiolo, perfetto
maggiordomo e soprattutto spia, calma e imprevedibile, di Sua Maestà, ruolo che
gli ha regalato notorietà negli anni ’60. E invece un regista esordiente pensa
(bene) di chiamarlo per un vigilante thriller e per un ruolo che rispecchia sì alcuni aspetti di
personaggi già interpretati, ma mai in questa maniera. Perfettamente calato nei
panni e con la sua tipica camminata da ginocchio valgo, Caine è un vecchio
pensionato che vive stancamente in un sobborgo cittadino dominato dalla piccola
delinquenza locale. La moglie è malata terminale e il suo unico passatempo è
giocare a scacchi con il suo affezionato amico nel bar del quartiere e dalla
finestra del piccolo appartamento in cui abita osserva spesso quello che
succede intorno: spaccio, prepotenze, violenze. Il viso stanco e l’espressione
incredula per tanta brutalità rivelano rassegnazione: cosa può fare lui così
anziano? Ma succede qualcosa di grave e insopportabile che lo scuote e nel
vecchio Harry si risveglia il giovane marine efficiente e letale che era stato
in guerra e lo spinge a farsi giustizia da solo, dato che la polizia ha i suoi
tempi e le sue modalità. Ogni uomo ha il suo punto di rottura, ogni uomo deve
prendere una posizione e se la legge ha i suoi limiti, lui non se li dà.
giovedì 22 gennaio 2026
mercoledì 21 gennaio 2026
martedì 20 gennaio 2026
L’appuntamento – Teona Strugar Mitevska
un incontro frapersone sole, in un albergo di Sarajevo, a cura di un'organizzazione abbastanza squallida.
i partecipanti soffrono di solitudine, qualcuno pensa a un matrimonio di convenienza, come capita.
Asja e Zoran sono una coppia in questo appuntamento collettivo, il problema è che hanno qualcosa in comune, che risale a quel merdoso assedio di Sarajevo. Zoran lo capisce subito, Asja dopo un po', Zoran ha sofferto, Asja pure.
il resto lo scoprirete vedendo questo piccolo grande film, dell'ottima regista Teona Strugar Mitevska.
un film da non perdere, promesso.
buona (dolorosa) visione - Ismaele
…L’appuntamento, conferma la grande capacità di scrittura di Teona Strugar Mitevska, dopo il sorprendete Dio è donna e si chiama Petrunya, in quanto autrice cinematografica dalla ricerca narrativa sempre incisiva, acuta, nerissima e incredibilmente interessante, focalizzata in questo caso sul significato profondo del termine conflitto e sull’incontro dialogico e ideologico tra la volontà di morte e quella di rivalsa, perciò di riscatto e desiderio istintivo di vita e ricerca dell’amore. Un film che gode di ottime interpretazioni e che poggia su strutture teatrali audaci e in costante incontro e scontro con quelle che sono proprie invece del cinema, dando vita ad una visione registica assolutamente personale, riconoscibile, perciò degna di nota.
…La sceneggiatura, scritta con Elma Tataragic´, ci immerge
da subito in uno dei due livelli della narrazione. Siamo in un edificio moderno
attrezzato per ospitare degli incontri finalizzati a creare delle coppie sulla
base di una serie di stimoli proposti da chi conduce. A questo piano
collettivo verremo continuamente rinviati per tutta la prima parte del film
anche quando i due protagonisti avranno iniziato il loro doloroso percorso di
conoscenza reciproca. Asja non si fa proporre un partner qualsiasi. Lo ha già
contattato online pensando di avere scelto e non sapendo di essere stata invece
scelta. Come quella sera di tanti anni prima in cui era entrata nella
traiettoria della pallottola che proprio chi si va a sedere dinanzi a lei ha
sparato.
Con l'incontro/scontro tra queste due persone Mitevska ci ricorda che al di là
del confine ad Est del nostro Paese c'è un mondo non ancora realmente
pacificato. Le cronache recenti hanno riferito della crescente tensione tra
Serbia e Kosovo ma la forza di un cinema come quello della regista, che è nata
a Skopje nel 1974 e che quindi ha vissuto direttamente tutto quel periodo, è
capace di offrirne una lettura tanto profonda quanto emotivamente forte. I
quesiti che ci pone sono al contempo universali e localizzati…
…La regista non rinuncia al suo tocco pungente, paradossale e perfino
un po’ onirico, che si traduce soprattutto nella rappresentazione del concorso
per anime gemelle e nella descrizione dei partecipanti, ma anche della stessa
vetusta struttura demodé e ampiamente kitsch che accoglie tutti i partecipanti
a quel gioco delirante in cui tuttavia tutti i concorrenti un po’ credono per
davvero.
Ecco allora che il bisogno d’amore e di una coerente vita affettiva
si alternano al tentativo, tardivo ma cocciuto, del timido partner della donna,
di svelare al più presto le sue carte per liberarsi da un rimorso del carnefice
che, alla fine, non risulta meno devastante di quello che divora le vittime.
Argomenti scottanti e sempre vivi nella mente e tra l’opinione
pubblica, e il desiderio di reagire con sferzate di ironia che funzionano e si
rivelano sempre sagaci, permette al film della Strugar Mitevska di
considerarsi riuscito e un nuovo capitolo fondamentale di un percorso artistico
che si rivela sempre più stimolante.
…Asja e Zoran si guardano negli occhi per raccogliere i
cocci delle rispettive identità, per farne cosa nuova. Aprendosi, o almeno
provandoci, se non al perdono perché è difficile, almeno a un buon nuovo
inizio. L’appuntamento funziona soprattutto nella
prima parte. La regia di Teona Strugar Mitevska mescola
lo stupore, l’imbarazzo e il mistero dello speed dating, i buffi rituali del
corteggiamento che contribuiscono a svelare l’intimità dei personaggi, per
distoglierci dalla pista originale, la commedia sentimentale sui generis, e
condurci altrove. Lo fa affidandosi alla verve di due eccellenti protagonisti.
Si intrecciano bene, la tensione nervosa di Adnan
Omerovic e le mille giravolte emotive di Jelena
Kordic Kuret, prima complice, poi pazza di dolore, quindi commossa,
infine chissà. Il film sa valorizzare l’unità di luogo e i tempi ristretti,
circonda i protagonisti di una platea di personaggi minori cui trova il tempo
di definire psicologie, nevrosi e brandelli d’identità. Fa una scommessa sul
finale, inseguendo contemporaneamente precisione e ambiguità. A differenza del
precedente, stavolta il film cerca di equilibrare i punti di vista e le ragioni
maschili e femminili. Un cinema sempre in prima persona femminile. Dio
è donna e si chiama Petrunya era la fotografia di un’autrice che
misura possibilità, punti di forza e debolezze di uno stile, riflettendo su
limiti e portata del suo discorso cinematografico. L’appuntamento arriva
che la gran parte di questi dilemmi sono stati superati. Acquisita la
padronanza del mezzo, è ora di guardare avanti.
…Mi viene però da riflettere su cosa significhi
sopravvivere ad una guerra o ad un conflitto fratricida come quello vissuto
allora nelle strade e tra le case di Sarajevo, come pure – in un altro contesto
ma con molte analogie – al genocidio ruandese. Mi viene da pensare a cosa
succederà quando saranno finiti i combattimenti tra russi e ucraini: se ci sarà
ancora coabitazione tra due popoli così prossimi e come chi è sopravvissuto
riprenderà più o meno a vivere, cominciando però ad incrociare con sospetto lo
sguardo di chi incontra, inquietato dall’odio e dalle concrete possibilità che
il vicino di oggi sia magari il nemico combattente di ieri. Grazie a Teona
Strugar Mitevska, ai suoi collaboratori ed agli eccellenti interpreti del film
per averci condotto – con quest’opera così emozionante – a riflettere sulla
devastazione della guerra, tra le pieghe profonde dell’animo umano, sui
sentieri impervi della coabitazione possibile.
…L’appuntamento al buio, dunque, raccoglie ciò che
semina; attraverso la nobile, quanto naturale, causa dell’amore libero e
democratico, giunge al presente prossimo, mette le basi per l’autodistruzione
del popolo stesso. In sé, sebbene le cicatrici nella Sarajevo riprese nel
prologo si intravedano ancora sui muri delle case, la guerra de L’appuntamento sembra
dopotutto una realtà lontana e ormai oggetto di una memorialistica
a tratti posticcia. Tuttavia, è proprio quel vedo-non-vedo che
destabilizza un ambiente in equilibrio precario: Asja, Zoran, e tutto il gruppo
dell’appuntamento al buio rischiano continuamente di cadere nello stesso
identico precipizio di trent’anni prima; è questione di attimi, forse anche
secondi, per risprofondare in quelle solite premesse belliche, che
macchinosamente avevano deciso di lasciarsi alle spalle…
lunedì 19 gennaio 2026
domenica 18 gennaio 2026
La Grazia – Paolo Sorrentino
Paolo Sorrentino torna ai film migliori, grazie anche, come sempre, a Toni Servillo.
il presidente della repubblica, a fine corsa, nel semestre bianco, deve decidere su una grande questione, il fine vita, e su due piccole, le grazie.
arriva, come pure la figlia, in una prigione, per parlare con i detenuti per una possibile grazia (e sembrano la prigione di Elisa, per chi l'ha visto).
il presidente ricorda il suo passato e il poco tempo che gli manca lo rende fragile e determinato insieme.
solo la figlia lo sopporta e lo supporta, anche se lui è sempre solo a decidere.
il presidente è naturalmente un personaggio di fantasia, a differenza de Il Divo, e Toni Servillo è semplicemente perfetto.
tutti i dettagli del film li apprezzerà chi andrà al cinema, e uscirà contento.
buona (nel dubbio) visione - Ismaele
…Sotto il profilo interpretativo,
il legame tra Sorrentino e Servillo si sublima in quest’opera raggiungendo
un’autorevolezza composta e dolente. Ne emerge un
uomo scisso: diviso tra il rigore inappellabile del giurista e la vulnerabilità di
un vedovo segnato da silenzi e
rimpianti. La ricerca della verità si configura, in
tale contesto, come una sorta di “tossicodipendenza” affettiva: imprescindibile
e vitale, ma al contempo potenzialmente devastante.
Rispetto al passato, il confronto con Coco segna una rottura: l’arguzia non
riesce più a contenere il vissuto. Quando il linguaggio
perde la sua armatura, la parola cede il passo a
una verità interiore a lungo ibernata, che riaffiora
in tutta la sua nudità. Non è più il linguaggio a
dominare il sentimento; è il sentimento, nella sua
prepotenza, a svuotare il linguaggio medesimo.
Sorrentino rivendica, inoltre, una decisa autonomia rispetto
alla critica e al giudizio immediato:
una volta affidato al pubblico, il film diviene un oggetto
autonomo, “gettato a mare” e sottoposto alle correnti interpretative.
La grazia si delinea pertanto come il lento e paziente pedinamento
di un uomo alla ricerca della propria grande bellezza, non più
nell’estasi estetica o artistica,
bensì in una clemenza autentica rivolta innanzitutto
verso sé stesso. Al cuore dell’opera resta l’interrogativo devastante che
muove l’intera pellicola: «Di chi sono i nostri giorni?»,
un’indagine profonda sull’autodeterminazione,
intralciata da obblighi morali e vincoli familiari.
In questo contesto, il vagabondare del Presidente nel Quirinale diventa il
simbolo perfetto del cinema di Sorrentino: un’estetica che, pur accettando
la sofferenza, riesce sempre a isolare un gesto di autonomia e
amore.
…Un qualcosa che
vive, sottovoce, nelle immagini crude e ruvide avvolte di quella coltre onirica
morbida tipica della cifra stilistica che ha reso grande Sorrentino, e che nel
caso de La grazia dà forma a un'opera elegante di grande
sensibilità, percorsa di umorismo e dolcezza essenziali, eppure manifestazione
di una profonda crisi esistenziale: quella del Presidente Mariano di un
Servillo carismatico ma fragile, affettuosamente soprannominato Cemento armato
dai vicini, perché granitico e incapace di prendere posizione.
L'unica
a spronarlo è la figlia Dorotea, interpretata dalla bravissima Anna Ferzetti,
che se ne prende cura come fosse il suo angelo custode quando in fondo vorrebbe
soltanto riavere il proprio padre, vero e vitale. Ed ecco, quindi, il
suo pulsante cuore emotivo: La grazia è un film
sull'immobilismo – d'azioni e di sentimenti – generato dal sentirsi rotti
dentro. Quel tipo di rottura che genera distanza, dissipa ogni emozione e fa
spegnere gli occhi; riflesso condizionato di quando l'amore è assente e vive
soltanto nella memoria di ricordi malinconici…
…In "La grazia" si squadernano le
ossessioni tematiche formulate da Sorrentino nel corso della sua carriera,
ossia la senilità, l'attesa dell'epifania decisiva, il potere e il suo fine/la
sua fine, la contrapposizione tra levità e gravità, calate all'interno di una
forma estetica altamente codificata in venticinque anni di pratica con la
macchina da presa ma che qui aderisce al grigiore di De Santis. È dunque sì un
film che ha come prologo una sequenza iperbolica commentata dalla musica
elettronica, una teoria di dolly che staccano all'improvviso sulla figura di De
Santis che, osservando il volo delle frecce tricolori dall'alto del
Campidoglio, compie l'umano rituale di fumarsi l'unica sigaretta del giorno.
Eppure, i movimenti della macchina da presa di Daria D'Antonio, in particolare
le abituali carrellate, appaiono meno roboanti: Sorrentino lavora su uno spartito
in minore e, ricorrendo a soluzioni di messa in scena più intime, indugia sulle
vulnerabilità e le ferite di chi è soverchiato dagli oneri del potere…
…La trama de La
grazia ricalca, almeno in apparenza, la parabola tipica di un
film di Sorrentino, in cui il protagonista è costretto da un evento esterno a
fare i conti con il proprio passato e a modificare la propria postura rispetto
al presente. Un percorso che lo mette in relazione con la sua sfera emotiva,
piano in cui si celano i misteri che regolano il nostro modo di rapportarci con
il tempo e con lo spazio. Stavolta, però, la direzione è ribaltata.
La figura di
Mariano è infatti messa fin da subito e costantemente in crisi, preda di una
spinta alla destrutturazione che si era già avvertita, per esempio, in Parthenope,
pellicola in cui cominciava a emergere una certa autoironia, connaturata al
desiderio di smentire le formule codificate della poetica del regista
napoletano. Una tensione qui portata maggiormente a fuoco, soprattutto nella
svolta profondamente umana che investe il protagonista, rappresentante
simbolico – come accennato in apertura – del “Sorrentino pensiero”…